Archivio tag | bruciore

Bruciore di stomaco, acidità e rigurgito: si tratta di reflusso gastroesofageo

reflusso gastro esofageoBruciore di stomaco, acidità e rigurgito: sono questi i sintomi tipici del reflusso gastroesofageo, un disturbo molto comune che spesso viene affrontato con un po’ di leggerezza. Molte persone infatti soffrono di reflusso senza saperlo, altre tendono a banalizzare i sintomi, altre ancora decidono di affrontarlo con mezzi propri, modificando lo stile di vita o assumendo farmaci antiacido.

Che cos’è il reflusso gastroesofageo?

“Passaggio involontario ed incosciente di una parte del contenuto gastrico nell’esofago, senza compartecipazione della muscolatura gastrica e addominale”

Il reflusso gastroesaofageo è, sostanzialmente, la risalita del contenuto acido nell’esofago, quel canale lungo 25-30 cm che collega la bocca con lo stomaco.

Quando si mangia l’esofago, aiutato dalla forza di gravità e da una serie di movimenti ritmici, riesce a far progredire il cibo deglutito verso il basso. Il passaggio del bolo alimentare nello stomaco è regolato dallo sfintere esofageo inferiore, una speciale valvola muscolare che si apre per consentire il transito del cibo, l’eruttazione ed il vomito. Proprio questo sfintere richiudendosi impedisce la risalita verso l’alto dei succhi acidi presenti nello stomaco.

Il reflusso gastroesofageo si verifica quando l’omonimo sfintere si rilascia nel momento non opportuno consentendo il passaggio verso l’alto del contenuto gastrico (vedi figura). In virtù della sua acidità tale materiale va ad irritare la mucosa esofagea scatenando i sintomi tipici del disturbo.

Tale condizione diventa patologica quando il reflusso si verifica troppo spesso o quando il contenuto gastrico è eccessivamente acido.

I sintomi della malattia

Bruciore retrosternale (pirosi), rigurgito e percezione della risalita di materiale acido lungo l’esofago: sono questi i sintomi tipici della malattia da reflusso gastroesofageo. Considerando questi due sintomi (bruciore e rigurgito) la patologia da reflusso arriverebbe ad interessare circa il 30% degli italiani.

In alcuni pazienti la malattia da reflusso si associa, nella fase acuta, ad uno spasmo esofageo. Tale contrazione involontaria può causare un dolore retrosternale simile a quello dell’angina pectoris. Il dolore toracico da reflusso gastroesofageo si associa molto spesso a pasti abbondanti e peggiora con gli sforzi e con la posizione sdraiata.

La disfagia (difficoltà nella progressione di cibo lungo l’esofago) è un altro sintomo tipico della malattia da reflusso.

Esiste inoltre una sintomatologia particolare che, seppur ricollegabile alla malattia da reflusso è atipica. Si tratta dei cosiddetti sintomi con localizzazione extraesofagea che possono colpire gola e apparato respiratorio. Spesso infatti i pazienti con sintomi tipici del reflusso gastroesofageo soffrono anche di altri disturbi come raucedine, disfonia, asma, tosse cronica, laringiti o faringiti.

In questi casi il reflusso acido riesce a risalire verso l’alto fino a raggiungere la gola dove viene nebulizzato dall’aria respiriata. Queste minuscole goccioline attraverso l’inspirazione possono arrivare nei polmoni dove provocano problemi specifici come tosse e asma.

Tutti questi disturbi atipici possono essere presenti anche in assenza dei sintomi classici della malattia da reflusso gastroesofageo.

Che cos’è la malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE) ?

In condizioni normali il contenuto gastrico refluisce nell’esofago in modesta quantità ed in maniera episodica. Solo quando tale reflusso diventa importante per frequenza o per severità dei sintomi si instaura la cosiddetta malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE).

La MRGE è una malattia benigna ma può essere causa di disturbi cronici ricorrenti che interferiscono con la normale qualità della vita. Oggi si può parlare di malattia soltanto quando questi sintomi (rigurgito e bruciore retrosternale) compaiono almeno una volta alla settimana.

Quante persone soffrono di malattia da reflusso gastroesofageo?

Negli Stati Uniti si stima che la malattia da reflusso (MRGE) interessi, nel suo complesso (comprendendo anche le forme lievi), circa il 40% della popolazione. La prevalenza di MRGE è uguale nei due sessi. Il picco di incidenza della patologia si registra intorno ai 35-45 anni. Le situazioni più gravi, con complicanze, sono rare nei giovani e più frequenti nella terza e quarta età.

Quali sono le cause?

La causa più comune della malattia da reflusso gastroesofageo è l’alterata funzionalità dell’omonimo sfintere. Come abbiamo visto quando questa specie di valvola non funziona correttamente il chimo gastrico può risalire verso l’alto irritando l’esofago.

Se non esistesse lo sfintere gastroesofageo, durante questo esercizio il contenuto gastrico, spinto dalla forza di gravità, sarebbe libero di risalire lungo l’esofago

La seconda causa in ordine di importanza è il rallentato svuotamento gastrico. Quando mangiamo il cibo triturato e ammalgamato con la saliva giunge nello stomaco dove può rimanere per tempi più o meno lunghi. Tanto maggiore è il periodo di permanenza gastrica del cibo e tanto maggiori sono le probabilità che si verifichi un reflusso gastroesofageo.

Possono esistere inoltre dei problemi di motilità dell’esofago; in questi casi si assiste ad un’alterazione della sua capacità di far scendere il cibo dalla gola fino allo stomaco.

Anche alterazioni salivari possono predisporre il soggetto alla malattia da reflusso e alle sue complicanze. Ricordiamo infatti che la saliva è leggermente basica e che, essendo inoltre ricca di bicarbonati, è in grado di tamponare piccole quantità di acido accidentalmente risalite lungo l’esofago. Non è certo un caso che uno dei sintomi tipici della malattia da reflusso sia l’ipersalivazione, un metodo adottato dall’organismo per difendersi dagli acidi.

Se per qualche motivo il pH salivare si abbassa tale protezione viene meno e rende l’esofago più suscettibile all’attacco acido.

Insieme alla saliva la peristalsi esofagea contribuisce a proteggere l’esofago rimuovendo i reflussi acidi fisiologici.

La gravidanza, a causa della pressione esercitata dal feto, comprime lo stomaco facilitando la risalita di acido nell’esofago. Allo stesso modo negli obesi la massiccia presenza di grasso addominale aumenta la pressione gastrica favorendo il reflusso. Anche il fumo è un fattore di rischio molto importante dato che altera la composizione salivare, la funzionalità dello sfintere gastroesofageo ed aumenta la secrezione acida dello stomaco.

Ansia e stress, anche se difficilmente sono i veri responsabili della malattia da reflusso, possono sicuramente acuirne la sintomatologia.

Infine è importante ricordare l’ernia iatale che, soprattutto se di grosse dimensioni, molto spesso si associa alla malattia da reflusso gastroesofageo.

Quali sono le possibili complicanze?

In alcuni casi la malattia da reflusso si associa a lesioni della mucosa esofagea (esofagite). Una irritazione cronica delle pareti dell’esofago da parte dei succhi gastrici può infatti causarne dapprima l’infiammazione e poi il logoramento.

In base ai risultati dell’esame endoscopico queste lesioni vengono classificate in cinque livelli di gravità. Al primo stadio troviamo piccole erosioni isolate che, salendo di livello, interessano sempre più severamente l’esofago fino a provocare vere e proprie perforazioni (ulcere).

L’esofago di Barrett è la complicanza più grave poiché causa il cambiamento della mucosa esofagea in senso metaplasico. In pratica alcune cellule dell’esofago vengono sostituite con altre più simili al rivestimento dello stomaco. Tale alterazione può essere reversibile o cronica ed in quest’ultimo caso viene considerata come uno stadio precanceroso.

L’esofago di Barrett deve essere riconosciuto endoscopicamente ed essere confermato da una biopsia. Presente in circa il 10% dei pazienti che soffrono di reflusso gastroesofageo, si accompagna talvolta ad esofagiti severe, ulcere, stenosi e sanguinamento.

Tumore all’esofago e reflusso gastroesofageo

Molte persone temono che la malattia da reflusso gastroesofageo possa in qualche modo favorire la formazione di tumore all’esofago. Tuttavia tale rischio, pur essendo comunque basso, è apprezzabile soltanto nelle condizioni più gravi. La probabilità che l’esofago di Barret si evolva in una condizione precancerosa è infatti intorno al 10% (ricordiamo che l’esofago di Barrett è presente in circa il 10% dei pazienti che soffrono da reflusso, quindi 10% del 10% = 1% circa).

Come gran parte dei tumori anche la curabilità dell’adenocarcinoma esofageo è legata alla tempestività della diagnosi.

Diagnosi

La diagnosi di malattia da reflusso è prevalentemente clinica. In genere il medico diagnostica la MRGE soltanto dopo aver eslcuso altre condizioni patologiche come problemi cardiaci o ernia iatale. Se questi accertamenti sono negativi ed i sintomi persistono si inizia una terapia con farmaci antiacidi. Se la risposta del paziente a tali farmaci è positiva ulteriori esami non sono normalmente necessari.

Se invece i sintomi persistono o ricompaiono al termine della terapia è opportuno eseguire ulteriori indagini come l’esofago-gastroduodenoscopia, la pHmetria e la manometria esofagea.

L’esofago gastro duodenoscopia (studio endoscopico diretto, visivo dell’interno dell’esofago, del cardias e dello stomaco), la radiografia dell’esofago e delle stomaco (Rx digerente prime vie) che grazie al mezzo di contrasto baritato utilizzato, permette di studiare il profilo dell’esofago, del cardias e dello stomaco.
Questo esame consente anche la valutazione della presenza del reflusso gastro-esofageo; il mezzo di contrasto ingerito, attraverso una particolare posizione del corpo detta di Trendelembourg, refluisce dallo stomaco in esofago.
Gli studi cosiddetti funzionali, come la manometria esofagea (studio delle pressioni e della motilità all’interno dell’esofago e del cardias) e la pHmetria delle 24 ore (studio del grado di acidità del contenuto dell’esofago nelle 24 ore) sono le ulteriori indagini necessarie per porre la corretta diagnosi di reflusso gastro-esofageo e/o di Malattia da Reflusso GastroEsofageo.

Cura e trattamento

La cura della malattia da reflusso si basa sulla correzione dello stile di vita e sulla terapia famacologica. Esistono in particolare tre diverse classi di farmaci, necessari per contrastare le tre principali cause di reflusso gastroesogageo.

I farmaci procinetici, per esempio, accelerano il tempo di svuotamento dello stomaco evitando che la rallentata evacuazione favorisca l’insorgenza del disturbo.

I protettori della mucosa esofagea, come dice il nome stesso, proteggono la parete dell’esofago dall’attacco degli acidi.

Ultimi ma non meno importanti sono i cosiddetti PPI (inibitori della pompa protonica) e gli antagonisti dei recettori H2. Nonostante il nome molto complesso il meccanismo di azione di questi farmaci è molto semplice: riducendo l’acidità delle secrezioni gastriche impediscono che in caso di reflusso il contenuto dello stomaco vada a corrodere la muscosa esofagea.

Tutti questi farmaci sono in genere capaci di regalare benessere e totale asintomaticità ai pazienti che soffrono di malattia da reflusso (circa il 95% dei casi).

Intervento chirurgico e reflusso gastroesofageo

L’opzione chirurgica è indicata in casi particolari come il fallimento del trattamento farmacologico. Questa soluzione non è tuttavia completamente risolutiva. Esiste infatti il rischio che l’intervento non porti i risultati sperati. Un numero non trascurabile di pazienti è infatti costretto ad assumere farmaci antisecretori, magari a dosaggi inferiori, anche dopo la correzione chirurgica del problema. La scelta di ricorrere alla sala operatoria va dunque presa con particolare cautela.

L’intervento viene eseguito con l’ausilio delle moderne tecniche mini invasive (chirurgia laparoscopia) ed ha come obiettivo il ripristino della funzionalità dello sfintere gastroesofageo.

Dott. Loiacono Emilio Alessio

Se ti è piaciuto questo articolo, condividilo su facebook o su twitter: basta premere il bottone apposito proprio qui sotto! Grazie!

Bruciore e stimoli frequenti di urinare: l’eterna lotta tra le donne e la cistite

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Senologia Mammografia Tumore Cancro Seno Mammella Diagnosi Mastectomia Medicina Chirurgia Estetica Cavitazione  Dietologo Roma Cellulite Sessuologia Ecografie CistiteLa cistite acuta è un’infiammazione della vescica dovuta ad un’infezione urinaria. Si tratta di una patologia benigna, molto
frequente fra le donne e facilmente curabile. Tuttavia, la cistite non deve essere trascurata in quanto, se non trattata,
l’infezione può propagarsi a monte, all’uretere ed al rene con risultati anche gravi.

Perché la cistite è frequente nelle donne?

La cistite è spesso dovuta ad un’infezione da parte di microbi presenti naturalmente nel tratto digestivo: gli enterobatteri.
Nell’80% dei casi, si tratta di un batterio denominato Escherichia coli (colibacillo).
Nelle donne, tali microbi passano facilmente dall’intestino alla vescica per semplici ragioni anatomiche, dato che, in effetti, gli orifizi dell’ano e dell’uretra (canale in cui scorre l’urina proveniente dalla vescica) sono estremamente vicini tra loro.
Peraltro l’uretra femminile è morto corta, misura solo 2 cm: è quindi estremamente facile per i microbi, una volta passati
dall’ano all’uretra, risalire lungo l’uretra verso la vescica. Il risultato è che tale patologia è molto frequente tra le donne: una su due ha avuto o avrà la cistite nel corso della propria vita.

Quali sono i segni che devono allarmare?

1) bruciore al tratto urinario
2) stimoli frequenti ed impellenti di urinare, espellendo spesso solo una lieve quantità di urina (pollachiuria), associati a dolori
al basso ventre
3) la cistite non provoca febbre né brividi.
4) l’urina in genere è torbida in quanto contiene globuli bianchi, espressione della reazione dell’organismo nei confronti
dell’infezione
5) l’urina può anche contenere un po’ di sangue (ematuria) a causa dell’infiammazione della vescica, ma ciò non è un
indice di gravità della patologia.

Quali sono i fattori che favoriscono la cistite?

I fattori primari sono quelli che facilitano la colonizzazione microbica perineale ed il passaggio dei microbi intestinali
nell’uretra. Si tratta di:
– rapporti sessuali
– ricorso a lavande vaginali con prodotti che provocano squilibrio della flora batterica locale
– alterazioni del transito intestinale (diarrea o stipsi)
– menopausa, in quanto è associata ad un’atrofia della mucosa vaginale e ad una riduzione delle secrezioni
vaginali, fattore di proliferazione dei microbi.
I fattori secondari di rischio di cistite sono quelli che favoriscono la proliferazione dei microbi nella vescica, riducendo lo
svuotamento vescicale. Si tratta di:
– scarsa assunzione di bevande (meno di 1,5 litri/giorno)
– diabete
– gravidanza.

Quali esami sono in grado di confermare la diagnosi?

Un semplice esame delle urine per la ricerca di globuli bianchi (leucociti) e di nitriti (prodotti da alcuni batteri come Escherichia coli) è sufficiente per confermare la presenza di infezione urinaria.
Spesso il medico richiederà al laboratorio un esame citobatteriologico delle urine (ECBU), che consentirà di identificare con precisione il batterio in questione e di testarne la sensibilità ai diversi antibiotici. Tale esame è
particolarmente importante in caso di ricaduta (se i sintomi ricompaiono alcuni giorni dopo l’assunzione della terapia), di
recidiva (nuovo episodio di cistite alcune settimane dopo), nelle donne incinte o in caso di diabete.

Qual è la principale complicazione della cistite?

È l’infezione del rene, denominata pielonefrite. Una pielonefrite può sopraggiungere quando i
microbi risalgono attraverso gli ureteri (condotti che uniscono la vescica al rene) dalla vescica ai reni. Si
deve sospettare una pielonefrite qualora la cistite sia associata a febbre (superiore ai 38°C), brividi o dolori
alla schiena. La pielonefrite va trattata rapidamente ed intensamente con l’ausilio di un antibiotico potente (o a volte di
un’associazione di antibiotici) in quanto può danneggiare irreparabilmente il rene ed portare a una seria complicanza, la
setticemia (passaggio dei microbi nel sangue).

Come si cura la cistite?

La terapia è basata sull’assunzione di antibiotici. Numerose famiglie di antibiotici sono efficaci sui batteri più
frequentemente responsabili di cistiti.
A seconda dei farmaci e dei casi, la terapia può essere assunta in un’unica soluzione (trattamento monodose), per 3
giorni o per 7 giorni (in particolare in caso di diabete, nelle donne
incinte o quando i sintomi sono presenti da più di una settimana).
Il trattamento deve sempre essere associato all’assunzione di molti liquidi (da 1,5 a 2 litri al giorno).

Come evitare le recidive?

Per evitare che la cistite possa recidivare, bisogna contrastare i fattori favorenti:
L’igiene intima quotidiana avendo cura di lavarsi con movimenti da davanti a dietro (per non trasferire i microbi intestinali
verso l’uretra) ed il trattamento di una stipsi o di un’infezione vaginale limitano. la contaminazione uretrale.
L’assunzione di bevande in abbondanza (da 1,5 a 2 litri al giorno, anche di più nei periodi caldi) che implica una
maggiore frequenza della minzione (da 5 a 6 volte al giorno), così come la minzione dopo ogni rapporto sessuale
consentono di contrastare la risalita dei microbi nell’uretra e la loro proliferazione nella vescica.
Dopo la menopausa, l’utilizzo di ovuli vaginali consente di ripristinare le secrezioni vaginali.
Infine, malgrado la cistite sia diffusa, frequente e spesso priva di gravità nelle donne, non è la stessa cosa per gli uomini.
La comparsa di segni di infezione urinaria in un uomo deve comportare sempre una valutazione più approfondita per
determinarne la causa.

Cistite: alimenti da evitare
Esistono dei cibi che è meglio evitare quando si ha la cistite o se comunque si tende a soffrirne spesso, perché possono rendere l’urina più acida del normale. Gli alimenti che rendono acida l’urina e che quindi è consigliabile evitare sono: le cipolle, i formaggi stagionati, la cioccolata, le fave, i pomodori e la soia, quindi sono anche sconsigliati tutti gli alimenti derivati dalla soia come il tofu e la salsa di soia. Da evitare anche caffè, tè, bevande alcoliche e/o gassate, mele, albicocche, melone, agrumi, pesche, ananas, fragole e i succhi derivati da questi frutti.

I cibi per combattere la cistite
Intanto bere molta acqua aiuta a diluire le urine e a renderele così meno acide, favorendo l’eliminazione dei batteri. Mangiare mirtilli che contegono tannini, preziosi alleati contro i batteri, è una buona idea: si possono consumare sia in frutto che sottoforma di succo concentrato. Lo yogurt è un altro alimento benefico che è consigliato consumare, perchè diminuisce l’acidità delle urine, specie nel caso in cui questa compaia abbinata alla candida.

Dott. Loiacono Emilio Alessio

Quel fastido al pene potrebbe essere una infezione: scopri sintomi, cause e terapie.

Young Man with His Hand on His ForeheadLe infezioni del pene e del glande (la parte terminale del pene) sono spiacevoli processi infettivi – generalmente batterici o fungini – coinvolgenti alcune aree genitali maschili, che possono diffondere ed arrecare danno anche nelle altre sedi anatomiche adiacenti; in questa sezione, rientrano numerosissime patologie, tra cui la balanite, le verruche genitali, le candidosi, il lichen planus ed altre affezioni trasmissibili sessualmente (es. gonorrea). In questo articolo informativo, verranno riportate le caratteristiche generali delle infezioni al glande maggiormente diffuse nel sesso forte; da non dimenticare, tuttavia, che quando si consuma un rapporto non protetto, le infezioni del glande possono essere trasmesse facilmente anche al partner sessuale.

 
Balanite

Nel gruppo delle infezioni al glande, la balanite è tanto diffusa quanto sgradevole e temuta: da “balanus”, (glande), la balanite è un’infezione coinvolgente la parte terminale del pene, che spesso diffonde nelle aree attigue (es. prepuzio) assumendo la connotazione più precisa di balanopostite. Sebbene questo tipo d’infezione al glande risulti assai diffusa tra i bambini, anche la balanite rientra tra le malattie veneree, pertanto anche la donna, dopo un rapporto completo a rischio con un paziente affetto dall’infezione, può essere contagiata e subire un’infezione genitale.
CAUSE: i batteri, i funghi ed i parassiti rappresentano i più importanti elementi eziopatologici coinvolti nella manifestazione dell’infezione del glande; sembra che la sifilide e la gonorrea siano le due malattie a trasmissione sessuale più ricorrenti nell’ambito delle infezioni del glande. Ad ogni modo, la balanite può dipendere anche da cause extra-infettive, secondarie, quali allergie, alterazioni del sistema immunitario (es. diabete), dermatiti da contatto, fimosi, intertrigine e scarsa igiene intima personale.
SINTOMI: sebbene la balanite NON infettiva possa decorrere anche in modo asintomatico (es. balanite diabetica), la forma infettiva è SEMPRE contraddistinta da sintomi peculiari, come irritazione del glande, prurito locale ed arrossamento, accompagnati anche da disturbi della minzione, edema, ingrossamento delle ghiandole linfatiche inguinali, lesioni ulcerative, secrezioni biancastre e/o maleodoranti dal pene, associate talvolta a sanguinamento.
TERAPIA: per il trattamento della balanite dipendente da nfezioni batteriche, gli antibiotici costituiscono la terapia d’elezione, mentre gli insulti fungini vanno debellati con l’applicazione topica e/o l’assunzione per via sistemica di farmaci antimicotici specifici. I cortisonici NON sono indicati per trattare le infezioni del glande dipendenti da balanite batterica. Anche la partner sessuale dovrebbe sottoporsi al trattamento farmacologico specifico, anche in assenza di sintomi.
Lichen planus

Il lichen planus è una dermatosi cronica infiammatoria di derivazione immunologica che interessa cute e mucose in generale; tra le varie tipologie di lichen planus, quella genitale rientra, probabilmente, tra le più spiacevoli. Nonostante preferisca le donne, l’infezione può essere trasmessa all’uomo per contatto sessuale: in simili frangenti, il glande viene coinvolto, così come il prepuzio, provocando bruciore, dolore durante la minzione e dispareunia (lichen planus sclero-atrofico).
CAUSE: trattandosi di una variante infettiva, il lichen sclero-atrofico può essere favorito da infezioni croniche in generale, specie dovute all’Herpes simplex; tuttavia, in alcuni casi, non è possibile identificare il fattore predisponente con esattezza. Le dislipidemia, le alterazioni del sistema immunitario e le alterazioni anatomiche possono favorire l’infezione.
SINTOMI: quando le infezioni al glande si manifestano sottoforma di lichen planus, i sintomi caratteristici sono quelli di una dermatosi, quindi lesioni papulose o placche pruriginose, erosive e recidivanti sulla pelle dei genitali, prurito locale con balanite e postite, e dolore durante i rapporti (lichen planus genitale).
TERAPIA: prima di intraprendere qualsiasi trattamento farmacologico per la cura dell’infezione al glande provocata dal lichen planus è importante la diagnosi differenziale, dal momento che la patologia è facilmente confondibile con altre simili. Il trattamento dipende dall’elemento scatenante; solo di rado, il lichen planus regredisce senza l’ausilio di farmaci.
Verruche genitali

Anche le verruche (o condilomi acuminati) rientrano nella categoria delle infezioni al glande. Tipica espressione di affezioni veneree, le verruche genitali si manifestano soprattutto tra i pazienti immunocompromessi o in stato di grave deperimento. Nonostante quanto detto, si stima che le verruche genitali colpiscano la metà delle persone sane sessualmente attive: da qui si comprende come la malattia, per quanto fastidiosa, non sia generalmente così allarmante.
CAUSE: quando le verruche crescono a livello del glande, esprimono, normalmente, una tipica infezione da virus HPV, appartenenti al tipo 6 e 11. La trasmissione del virus avviene per contatto sessuale; da ricordare, tuttavia, che un sistema immunitario efficiente è in grado di debellare il patogeno ancor prima di creare danno.
SINTOMI: il glande sembra essere uno dei target maschili prediletti dal virus HPV: l’infezione si manifesta con dolore, irritazione e prurito circoscritto, anche se può provocare dispareunia e dolore durante la minzione. La possibilità che l’infezione al glande da HPV degeneri in cancro e in malformazioni maligne – per quanto remota – è comunque reale.
TERAPIA: non sempre le verruche al glande si manifestano con sintomi; più spesso sono asintomatiche e tendono a regredire spontaneamente. Tuttavia, in caso di accertamento diagnostico, è consigliato trattare i condilomi con farmaci antivirali ed immunomodulatori. In alternativa, nell’evenienza di un’infezione particolarmente resistente o dolorosa, è pensabile sottoporre il paziente all’elettrocoagulazione, alla laser terapia o all’escissione chirurgica, specie se il rischio ipotizzato di degenerazione dell’infezione in forma maligna è importante.

Candidosi

Piuttosto rare nell’uomo, le infezioni al glande dipendenti da candida decorrono spesso in modo asintomatico, a differenza della candidosi femminile. In altri casi, le infezioni da Candida a livello del glande predispongono il malcapitato (soprattutto se diabetico) a balanite e balanopostite.
CAUSE: le infezioni fungine al glande sono causate, nella quasi totalità dei casi, da Candida albicans, micete contratto per lo più attraverso rapporti sessuali non protetti. Anche l’utilizzo promiscuo di asciugamani o biancheria intima infetta può favorire l’infezione da Candida.
SINTOMI: le infezioni da candida al glande, così come quelle al prepuzio, possono causare bruciore circoscritto, dolore durante i rapporti e la minzione, eritema localizzato, prurito e irritazione genitale.
TERAPIA: le candidosi in generale, così come le infezioni al glande da Candida, possono essere curate con l’applicazione topica di antimicotici specifici (es. Clotrimazolo, Miconazolo), eventualmente associando antifungini ad azione sistemica (Polienici, Echinocandine). Seguendo una terapia simile, la flora batterica intestinale potrebbe risentirne, alterando la normale composizione dei microorganismi; per questo motivo, si raccomanda di integrare la dieta con fermenti lattici specifici.
Gonorrea

Tra le più comuni infezioni a trasmissione sessuale, non possiamo dimenticare la gonorrea, detta anche blenorragia, un’infezione che interessa entrambi i sessi; dai dati statistici, sembra che l’infezione si manifesti in particolare tra i giovani che, ancora inesperti, tendono a trascurare l’importanza del preservativo nei rapporti sessuali con soggetti a rischio.
CAUSE: nell’uomo, la gonorrea si manifesta anche e soprattutto a livello del glande, come conseguenza di un’infezione sostenuta da Neisseria gonorrhoeae, in grado di sopravvivere poche ore sui servizi igienici. Il battere può essere trasmesso, oltre che per contatto sessuale, per via materno-fetale.
SINTOMI: il gonococco scatena nell’uomo una particolare irritazione, specie a livello del glande, spesso associata a perdite biancastre-giallognole e maleodoranti dal pene (tipici sintomi dell’uretrite gonococcica). Oltre a questi sintomi, l’infezione comporta anche dolore durante la minzione, bruciore e prurito. Solo nei casi più estremi, questo tipo d’infezione al glande degenera in prostatite, epididimite e sterilità. Vedi: Foto Gonorrea
TERAPIA: anche in caso di temporaneo allontanamento dei sintomi, la terapia antibiotica specifica contro Neisseria gonorrhoeae dev’essere eseguita. I macrolidi, i chinoloni e le cefalosporine sono i farmaci più indicati per la cura della gonorrea: l’allontanamento del battere produce, di riflesso, la remissione di tutti i sintomi caratteristici dell’infezione del glande.

Emilio Alessio Loiacono